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24.02.2005 - Prima i Giochi, poi il lavoro
Domanda: «Lei pensa che Torino riuscirà a superare la crisi con questo processo di trasformazione?». Risposta: «Sì». L'82 percento degli intervistati in un sondaggio ancora inedito condotto dal centro studi Omero dell'Università di Torino non ha dubbi: la città ce la farà. Riguardo ai Giochi olimpici del prossimo anno, il timore (per il 70 per cento) è di confusione, traffico, impianti e spese inutili; ma l'80 per cento è sicuro degli effetti positivi sul territorio, il miglioramento della visibilità all'estero e la crescita del turismo (78 per cento).

Questa la situazione: da un lato c'è la Fiat che, pur avendo imbarcato un miliardo e mezzo di euro dagli americani della General Motors, continua a navigare a vista in acque difficili, dall'altro le fabbriche dell'indotto, che chiudono lasciando sul terreno migliala di operai e impiegati, tanto che il segretario nazionale della Cgil, Guglielmo Epifani, definisce il Piemonte «una delle aree più a rischio dal punto di vista dell'occupazione». In mezzo a tutto questo i torinesi che fanno? Si aggrappano con le unghie e con i denti alle Olimpiadi invernali del 2006 e aspettano che passi la burrasca.

Certo, tutti sono consapevoli del fatto che Torino non può voltare pagina come se nulla fosse, chiudendo in un cassetto la produzione industriale e buttando via la chiave. Ma adesso più che mai è il momento di diversificare e di potenziare l'offerta culturale e turistica. Se non altro, per non andare nel panico ogni volta che nell'immediato futuro un banchiere varcherà i cancelli del Lingotto. Ecco allora che i Giochi del 2006 cadono a proposito, a condizione che tutto funzioni alla perfezione e che non si ripetano figuracce mondiali come quelle di Bornio dove lo sciopero di tre-quattro cameramen ha fatto saltare una gara di gigante.

«L'eredita olimpica va pianificata sotto l'aspetto sia materiate sia immateriale - avverte Alessandro Chito Guala, professore di city marketing all'Università di Tonno e direttore del polo interdipartìmentale Omero che studia gli effetti delle Olimpiadi nelle esperienze del passato, in collaborazione con i centri studi di Barcellona, Losanna e Sydney. È importante saper gestire la fama conquistata durante la manifestazione. Il caso scuola è Barcellona 1992: in quell'anno il centro spagnolo fece registrare 1 milione 900 mila visitatori, cifra di poco superiore ai 12 mesi precedenti. Nel 1995 il numero dei turisti salì a 3 milioni, oggi siamo attorno a 4 milioni.

Dice Guala: «Nel corso dell'evento arrivano realisticamente 50 mila persone in più, ma le Olimpiadi marcano la città per il futuro». Bisogna però fare attenzione: «Va evitato l'effetto giochi conclusi, festa finita, si torna indietro come prima»: vedi Lillehammer '94, in Norvegia, dove addirittura si è entrati in una fase di crisi.

Meglio fare gli scongiuri. L'Unione degli industriali di Torino ha condotto uno studio sulle ricadute economiche dei Giochi: fra il 2004 e O 2007 il valore aggiunto piemontese crescerà di 1,4 miliardi di euro, a una media annua dello 0,3-0,4 per cento. Per ogni milione di spesa verranno creati 15 posti di lavoro per un totale di 6.800 occupati l'anno, con una punta di 9.700 entro il 2005. Il tasso di disoccupazione scenderà, in media, dello 0,3 per cento l'anno. In questo periodo, circa 55 mila persone sono già occupate nella costruzione delle grandi opere pubbliche.

Guai però a parlare di Olimpiadi che vanno a tappare buchi. «Tutt'altro. semmai sono un motore voluto e cercato per dare un impulso a un cambio di rotta che la città ha intrapreso da dieci anni» afferma Paolo Verri, direttore dell'associazione Torino Internazionale, una sorta dì centro studi per il Piano strategico della città. Che prevede altri appuntamenti importanti: nel 2006 sarà la capitale mondiale del libro, l'anno dopo del design e nei 2008 dell' architettura.

Se il futuro invoglia a spiccare il volo, ci pensa il presente a riportare tutti con i piedi per terra. In tutto il Piemonte, l'anno scorso, oltre 16 mila lavoratori sono finiti in mobilità, di cui circa il 40 per cento senza indennità. Da qui a luglio oltre 8 mila persone perderanno il posto di lavoro. Contrariamente a quello che si pensa, arrancano anche le piccole e medie imprese che, tra ordini dei clienti che un giorno arrivano e l'altro no, sono costrette a ridurre i costi facendo ricorso al precariato e al lavoro nero.

In uno scenario simile ce ne vuole di coraggio per restare ottimisti. Eppure, è così. Tanta gente ha investito su Torino 2006 per dare una svolta. Senza alcun timore per quello che succederà dopo, quando la torcia olimpica verrà spenta.

«Se una persona si trova in mezzo al mare e le viene lanciato un salvagente, non credo che stia tanto a pensare al dopo» esemplifica Andrea Chiarvesio, 34 anni, responsabile marketing di una società norvegese che ha vinto la commessa della produzione di oggetti del merchandising e ha aperto una sede a Torino dove ha assunto otto persone. Chiarvesio dopo sette anni passati a Milano non si è lasciato scappare l'occasione di tornare nella sua città: «Credo che questo sia il momento di aggrapparsi a questo evento con tutto l'entusiasmo e le energie».

Se non ha paura una come Elisa Rossi, 36 anni, che vive da sola con una figlia piccola, un motivo ci sarà. Elisa ha lavorato per anni nel settore informatico dell'indotto Fiat, poi è andata in maternità e, al ritorno, il lavoro non c'era più. Adesso è al Toroc, il comitato organizzatore: «Volevo abbracciare un settore che arricchisse la mia professionalità. Non so ancora cosa farò dopo, ma sono convinta che questa esperienza mi aiuterà a fare un salto di qualità».

È proprio questo il momento di osare. Lo ha capito bene Mania Boaglio, 25 anni, diploma con massimo dei voti all'Istituto europeo del design. Quando l'hanno chiamata a Torino non ci ha pensato due volte e ha lasciato lo studio dove lavorava a Milano con contratto a tempo indeterminato. Adesso sta progettando la grafica dei biglietti che finiranno nelle mani di circa 1 milione di persone. «Non capita tutti i giorni l'occasione di poter lavorare per un'Olimpiade» sostiene Marzia.

E dopo? «Magari andrò a lavorare per la prossima Olimpiade invernale di Vancouver del 2010 Oppure realizzerò il sogno di ogni grafico: mettersi in proprio. Perché no?». Già, perché no?

Carmelo Abbate

 
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