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13.06.2005 - Calo demografico e crisi industriale fanno crollare il pil
Il dieci per cento. Tanto era il peso del Piemonte - per contributo al Pil e all’occupazione del Paese - fino agli Anni Ottanta. Adesso non è più così, e - come ha ricordato anche il presidente dell’Unione industriale Alberto Tazzetti all’assemblea annuale - un obiettivo «è tornare ad essere la “regione del 10 per cento” risalendo dal livello attuale dell’8,5».

E aveva aggiunto: «Le regioni europee con specializzazione industriale superiore al 33%, e che realizzano congiuntamente elevati livelli di sviluppo economico e un basso tasso di disoccupazione, sono otto; tra queste il Piemonte. Non possiamo giocarci questo primato per una imprecisa valutazione del nostro futuro, alla ricerca di uscite laterali rispetto alla nostra vocazione industriale».

Ma la perdita del 10% non è stata determinata solo da elementi negativi: il diminuito peso di una regione storicamente più ricca di imprese, occupazione e reddito, è, almeno in parte, la conseguenza dei progressi compiuti dalle aree meno avanzate del paese. Però - come sottolinea l’ufficio studi dell’Unione industriale - «il confronto con altre grandi regioni del Centro Nord evidenzia che la riduzione dell’importanza relativa del Piemonte è stata più accentuata di quella delle altre aree sviluppate ed è da attribuirsi solo in parte al segno negativo della dinamica demografica».

Che cosa è accaduto? Che tra l’80 e il 2003 il Piemonte è cresciuto meno di altre regioni: qui l’incremento del Pil è stato del 35,9; nello stesso periodo in Italia è cresciuto del 50%, in Lombardia del 56,2, in Veneto del 64,1, in Emilia Romagna del 50,7, in Lazio del 60,3%. Nel complesso del Nord Ovest del 46,9%, nel Nord Est del 56,5, nel Centro del 54, nel Sud del 45,3%.

Una crescita frenata che ovviamente ha inciso sul contributo del Piemonte al prodotto nazionale sceso dal 9,6% del 1980 all’8,4% del 2003. Nello stesso arco di tempo le quote della Lombardia e dell’Emilia Romagna calano di meno, rispettivamente dal 20,5% al 20,1% e dal 9,1% all’8,8%, mentre il Veneto cresce dall’8,6% al 9%. Il peso del Nord Ovest scende di quasi due punti percentuali (da 33,7% a 31,8%) a favore di tutte le altre aree: il Nord Est sale da 22% a 22,3%, il Centro da 20,1% a 21% e il Mezzogiorno da 24,1% a 24,8%.

Quello del Pil non è ovviamente l’unico parametro di analisi assunto nella ricerca; l’altra variabile importante è l’occupazione. Nel confronto fra il 1980 ed il 2003, l’occupazione piemontese, misurata in unità di lavoro totali, tiene, con una riduzione limitata all’1%, ma quella delle altre aree aumenta: del 14,6% in Lombardia, del 19,5% in Veneto, del 12% in Emilia Romagna, del 26,6% nel Lazio. L’occupazione cresce in tutte le aree del Paese: Nord Ovest +7,6%, Nord Est +14,4%, Centro +16,4%, Sud +4,5% con un incremento complessivo nazionale del 9,9%.

Fra il censimento del 1981 ed il 2003 la popolazione piemontese diminuisce del 4,7% a differenza di quella di tutte le altre aree, eccettuata l’intera ripartizione nord occidentale. La crescita demografica è pari al 4% in Lombardia, al 6,9% in Veneto, al 3,1% in Emilia Romagna ed al 4,1% nel Lazio. La popolazione diminuisce dello 0,5% nell’Italia nord occidentale mentre sale del 4,6% nel Nord Est, del 3% nel Centro e Sud e del 2,4% nel territorio nazionale.

In termini di popolazione il ruolo del Piemonte è ben inferiore al 10% già al censimento del 1981, con un numero di residenti pari al 7,9% della popolazione italiana, e flette ulteriormente al 7,4% nel 2003. Ed è proprio l’andamento demografico del Piemonte, a confronto di quello delle altre aree, a ridimensionare in parte la perdita di peso della regione sull’economia nazionale. La ricerca dell’Unione analizza l’andamento del prodotto procapite e evidenzia che, a causa della riduzione della popolazione, il minore sviluppo del Pil piemontese lascia la regione in una posizione comunque migliore di aree a forte crescita economica come il Veneto e l’Italia centrale.

Marina Cassi

 
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