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06.12.2005 - Olimpiadi, Torino rilancia su formazione e hi-tech
Qualche polemica, prima. Con le vecchie beghe Coni-Torino 2006. Con la Rai che — storia più fresca — snobba l'accensione della fiaccola. Con i ventilati tagli in Finanziaria. Con la facile accusa a quel punto sussurrata (perche là non si grida) dalla città sabauda al Palazzo romano: -Per loro l'Olimpiade non è un evento nazionale». Ora, però, contrordine. Mancano meno di due mesi all'accensione dei riflettori. E il Paese, forse, serra i ranghi. Non solo per patriottismo: è il Ragioniere Generale dello Stato Mario Canzio ad avvertire che, tra l'altro, i Giochi invernali sono o potranno essere un affare per i conti della Repubblica.

Dice una ricerca illustrata ieri a Roma dall'Unione Industriali di Torino e dall'Università La Sapienza -— presenti Luca Corderò di Montezemolo, Valentino Castellani e Mario Pescante — che le ricadute saranno queste: dal budget di 1,1 miliardi fornito all'organizzazione dalle risorse private (per quasi l'80% diritti tv e sponsorizzazioni), è partito un indotto che porta a 13 miliardi gli investimenti totali e che, su scala nazionale, si traduce in una crescita del valore aggiunto di 17,4 miliardi, nella creazione di 57 mila posti di lavoro all'anno, in un incremento medio del Prodotto interno lordo dello 0,2%. Per dirla con Canzio: «Queste Olimpiadi avranno un grande impatto. Noi ci contiamo ai fini dei conti pubblici e degli impegni con l'Unione Europea».

Poi certo, per carità, le somme si tirano alla fine. Soprattutto per la città organizzatrice: i Giochi possono essere uno straordinario volano di successo, come accadde a Barcellona, o lasciare buchi colossali (Montreal ha finito ora di pagare i debiti del '76, Atene 2004 ha un passivo di 11 miliardi). Ma Torino, ovviamente, scommette sullo scenario Barcellona. E può farlo, pur se dal sindaco Sergio Chìamparino in giù tutti incrociano le dita, grazie al fatto che le Olimpiadi non sono l'unica cosa che si muove In città. Lo attesta il Censis: se l'Italia, a dispetto di chi la dipinge «seduta», è un Paese in cui in realtà «le cose avvengono», forse è proprio Torino il centro più evidente delle «schegge di vitalità». Tutte da mettere alla prova, vero. E proprio a partire dai Giochi e dall'Alta velocità ferroviaria, i due principali motori dell'investimento sul futuro. Però è un fatto che, «smossa» dalla crisi Fiat, l'ex one company town si sia data da fare per inventare un domani che scongiuri quel declino dato a lungo per scontato.

Anche se per anni non lo si è visto né capito, il capoluogo piemontese aveva in realtà incominciato per tempo reimpostarsi. Lo ricorda Cesare Annibaldi (ex top manager Fiat, grande uomo di cultura, oggi impegnato insieme a tanti altri In Torino Internazionale e nell'elaborazione del Piano Strategico) : «II processo di cambiamento è iniziato in fondo già tra l'Ottanta e il Novanta. E si, adesso sta dando i primi segni. Ma ancora non è completato. E al di là delle Olimpiadi andrà accelerata la fase di concretizzazione dei progetti». Così, certo, gli esempi più visibili di quello che ha cambiato e cambierà il volto della città sono i 1.300 cantieri, gli oltre 20 miliardi di investimenti da qui al 2020 per il rinnovamento infrastrutturale, i 7 miliardi sul piatto solo per alta velocità, passante ferroviario, metropolitana, sedi olimpìche. Ma Torino, per dire, che diede i natali e poi perse l'industria cinematografica (come accadde per molte altre cose), oggi è corteggiata da film maker e produttori di fiction. E punta su tutto ciò che fa cultura: nel 2006-2007 sarà capitale mondiale del libro, l'anno dopo capitale mondiale del design. E ancora: se è sempre il cuore e cervello della Fiat ma sempre meno città-fabbrica e con sempre meno operai, attorno al Lingotto e al Politecnico vorrebbe diventare il centro europeo della «conoscenza-eccellenza» nell'auto. «Modello Wimbledon», come l'ha chiamato Chiamparino riecheggiando Tommaso Padoa-Schioppa: «Non importa che la racchetta sia inglese, importa che si venga a giocare qui». Ci riusciranno, i torinesi? La scommessa è ambiziosa, si. Ma almeno ci provano.

Raffaella Polato

 
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