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03.12.2005 - E Torino torna città modello
Una città sempre in movimento, «Torino always on the move». I torinesi lo sanno bene e anche chi è passato di recente sotto la Mole ha potuto toccare con mano l’incredibile trasformazione attuata negli ultimi anni. Progetti, grandi opere, nuovi interventi di recupero urbano ne hanno radicalmente mutato l’aspetto. E perchè no, anche le funzioni. L’economista Beppe Berta, che per il Comune di Torino ha curato il piano strategico, la chiama «metamorfosi»; per il sindaco Sergio Chiamparino «era una via obbligata: la città aveva bisogno di reinventarsi».

Ora arriva anche il riconoscimento del Censis, che nel suo ultimo rapporto sulla situazione sociale del paese indica Torino come la città che nel panorama nazionale «si è messa in gioco con più determinazione», quella che negli ultimi anni si è attrezzata meglio per competere sullo scenario europeo attraendo risorse, progettualità e investimenti.

Sono sostanzialmente tre i fattori su cui occorre fare leva per raggiungere questi obiettivi: essere inseriti a pieno nei circuiti di scambio di beni e servizi assumendo un ruolo di «nodo» (e in questo quadro assume un ruolo decisivo un progetto come quello della Torino-Lione); risultare pienamente e facilmente «usabili», dai residenti come dai turisti; essere «cangianti» e capaci di adeguarsi con rapidità agli scenari in evoluzione presidiando la frontiera dell’innovazione. Tutte caratteristiche che il Censis riconosce a Torino, una città-modello che ha fatto dei progetti e degli interventi sulla mobilità lo strumento per restare competitiva.

«Questo è un riconoscimento importante, molto di più di certe classifiche che spesso lasciano il tempo che trovano - commenta Chiamparino -. L’ho ripetuto spesso: al contrario di Roma e Milano, che praticamente non hanno problemi, noi avevamo l’obbligo di reinvertaci e per questo siamo stati i primi in Italia che hanno adottato un piano strategico. Col primo abbiamo cercato di capire cosa stava succedendo e abbiamo iniziato a mettere assieme progetti diversi, col secondo attualmente in discussione definiremo gli assetti futuri».

Nel frattempo avanti coi grandi lavori: dalla realizzazione del nuovo passante ferroviario (1,2 miliardi di euro di spesa) alla metropolitana (970 milioni), dai nuovi sottopassi di piazza Rivoli e corso Spezia al completamento del sistema parcheggi e ai piani di ridisegno urbano che vanno sotto il nome di «Spina centrale» e che comporteranno investimento per 1,7 miliardi di euro. Interventi decisivi che, anche grazie alla spinta prodotta dalle Olimpiadi 2006, rafforzeranno il ruolo del capoluogo piemontese come capitale della cultura e del turismo. Una città che «valorizza al meglio le risorse di cui dispone, dal museo Egizio a quello del Risorgimento, il museo d’arte contemporanea di Rivoli, il Teatro Regio, gli straordinari repertori d’architettura e d'urbanistica, le sue pinacoteche e le mostre».

«Torino - nota il rapporto 2005 del Censis - è stata (e in larga parte è ancora) tra i poli metropolitani motori dello sviluppo del paese, che spiccano per potere economico, qualità urbana, attrattività. Competenza, flessibilità e capacità adattativa, fino a questo momento le hanno permesso, nel corso della lunga e complessa transizione che sta attraversando, di mantenere i suoi primati nazionali». Nel passaggio da un profilo industriale monoculturale («one company town») ad una nuova «polifonia delle vocazioni urbane» secondo i curatori del rapporto il governo locale è chiamato ad uno sforzo particolare per promuovere sviluppo urbano e crescita sociale, circolazione ed aggregazione di nuove energie ed eccellenze, garantire ed innalzare la qualità dei servizi mantenendo la coesione sociale. Ai torinesi, invece, viene essenzialmente chiesto di imparare a muoversi in una «città nuova». «Spesso i torinesi vengono descritti come dei conservatori - nota il sindaco - in realtà in questi mesi hanno dimostrato una grande capacità di comprensione di cui occorre renderne loro merito: il nostro slogan parla di una città sempre in movimento, era una scelta obbligata, ma poteva anche generare stanchezza. Per fortuna non è avvenuto e di questo li ringrazio».

Paolo Baroni

 
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