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03.12.2005 - Il Rinascimento torinese
E bravi: che salto da quando tre anni fa si andava sui giornali per la crisi dell’auto. O da quando all’estero si incrociavano sguardi stupiti con la muta domanda «Torino? Where is?».

Adesso anche il Censis lo riconosce: la vecchia, tenace, operosa città è un caso di successo. Il merito sta in un intreccio composito. C’è la lungimiranza dei suoi amministratori capaci di inventare, primi in Italia, il piano strategico che non è solo un volumazzo di cifre e indirizzi, ma il cuore e il cervello del futuro. Qui è nata la Torino internazionale che ha messo insieme tutta la città: gli amministratori, gli imprenditori e i sindacalisti magari fuori di lì furiosamente impegnati in uno scontro di classe, i commercianti, gli artigiani, la cultura, la politica.

Tutti hanno guardato la realtà e hanno deciso che Torino non poteva declinare e che quella straordinaria storia industriale da one company town, unica in Italia, non si poteva disperdere. Ma per guardare il futuro non come in un film da day after ci voleva qualcosa d’altro. Ci volevano merci immateriali, cultura, eventi. E adesso - ironia della sorte per un ex sonnacchioso borgo manifatturiero - ci ritroviamo famosi nel mondo per la vitalità delle nostre notti. Il riconoscimento del Censis fa piacere, ma non stupisce più di tanto. Nessuno se la tira solo perchè la città ha successo. Però il regista Gabriele Vacis trova una di quelle sintesi da far invidia a un copy di razza: «Quando ero ragazzo dicevamo con gli amici: andiamo due giorni a Milano a diventare intelligenti. Là c’era tutto: spettacoli, mostre. Adesso per diventare intelligente resto qui».

Racconta di una favolosa Torino che «esce di casa la sera, non guarda la tv» e che fa un sacco di cose come le decine di laboratori teatrali delle scuole. Bello che ci siano, ma ancora più bello che l’istituzione Teatro Stabile produca un loro spettacolo.

Figurarsi poi se anni fa qualcuno avrebbe scommesso che la città sarebbe diventata un unico enorme set cinematografico. Era dura crederci, ma dieci anni fa lo si è fatto. E adesso il direttore del Museo del Cinema, Alberto Barbera, dà cifre da capogiro: «In cinque anni qui si sono girate 130 tra film e fiction; il 20-25% del totale. La città è bella, ma la realtà è che la nostra Film Commission, con un budget modestissimo, ha fatto cose incredibili. Sono bravissimi». E aggiunge: «E abbiamo ottimi progetti come quello regionale di anticipare i soldi del Fondo nazionale a chi vuole fare un film o come l’apertura del cine porto a Borgo Dora». Che Torino potesse diventare la capitale del mondo della notte più che incredibile appariva blasfemo. E invece il chitarrista dei Subsonica, Max Casacci, assicura che «in giro per l’Italia la città è una capitale del mondo giovanile: qui viene prodotta la maggioranza delle musica indipendente e qui le amministrazioni comunali hanno smesso di assecondare l’idea bigotta che quelli della notte sono perditempo; invece qui si formano i creativi che poi di giorno usano la loro creatività in un lavoro più classico».

Quando una sera a Hiroshima mon amour ha visto la prima macchina a idrogeno, realizzata da un azienda torinese, produrre energia pulita al servizio di un dj Adriano Marconetto (inventore di Vitaminic, poi animatore di altre imprese innovative) ha avuto la sensazione fisica che la sua vecchia idea di mettere insieme creativi e ingegneri fosse realtà. Dice: «Io sarò anche stato portato all’innovazione, ma tutte le persone con cui ho lavorato erano di qui, tutte». Sicuramente a fa decollare Torino nell’immaginario mondiale - e italiano - ci sono i Giochi invernali. La signora delle Olimpiadi Evelina Christillin potrebbe vivere di effimero e invece si riappropria della tradizione industriale. Racconta: «La Fiat ci ha consegnato la sua nuova 4x4. L’idea di produrla è ritornata nell’azienda quando Torino ha vinto la candidatura. Ecco un esempio di come due cose così lontane stiano insieme».

Va avanti: «Lo spettacolo di Ronconi durante i Giochi sarà un grandissimo evento che dà lavoro a 600 persone. I rettori di Politecnico e Università faranno uno spot sul sistema universitario torinese nella campagna olimpica: bello no? E questo sistema grazie ai Giochi diventerà migliore perchè in eredità rimarranno 5 mila posti nei campus». L’assessore comunale Fiorenzo Alfieri - che di tutti questi processi è stato artefice - dice una cosa choc: «Nel ‘97 sembrava che il declino fosse scontato. Poi nel piano strategico del 2000 abbiamo puntato sulla cultura. Ora deve essere chiaro: non lo si fa per attirare turisti - che se arrivano tanto di guadagnato - ma per far dire nel mondo: quei torinesi hanno le palle». Prosegue: «E’ quello che fatto Bilbao dopo la crisi dell’acciaio, non avevano nulla, hanno fatto un museo bellissimo. Se si crede che abbiamo le palle allora l’impresa olandese che deve insediarsi arriva qui, allora arrivano persone a viverci».

Adesso il piano strategico viene guardato con interesse persino dal governo, ma quando nel ‘98 si è avviato molti storcevano il naso. E invece. Invece, come racconta Paolo Verri, direttore di Torino Internazionale, altre città europee e italiane ci chiedono un consulenza. Bel risultato. «Finalmente anche il Censis se ne accorge» ride Marco Boglione imprenditore e capo di Itp. E dice: «Abbiamo dimostrato che qui c’è vitalità che non ci si piange addosso. Credo che tra 5-6 anni ci saranno risultati anche occupazionali e di crescita del Pil».

Ma se la città della cultura e degli eventi - come quelli organizzati con grandissima capacità innovativa da Rolando Picchioni alla Fondazione per il Libro che ha fatto diventare Torino capitale mondiale del libro - ha morso il freno e si è messa a correre, anche la «vecchia» Torino delle fabbriche non ha dormito. Alessandro Barberis, presidente della Camera di Commercio e uomo Fiat per una vita, non ha dubbi: «Chi forniva pezzi alla sola Fiat si è cercato clienti nel mondo; sono nate 1.600 imprese innovative; qui si spende in ricerca molto più che in Italia; ogni giorno nascono 50 aziende, ci sono 18 mila imprese di stranieri, il 54% dell’export è hi-tech; in un anno sono cresciuti del 38% i profitti delle imprese quotate; il nostro Pil sta al 49° posto nel mondo».

Marina Cassi

 
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