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23.12.2005 - Che ne sarà di noi?
Il passato e il futuro di Torino, nella loro relazione, rappresentano un classico "caso di studio" che viene seguito con attenzione in Italia e all'estero. Per tanto tempo molte altre città europee hanno derivato il loro benessere quasi esclusivamente dall'industria pesante o da quella manifatturiera e, ad un certo punto, hanno dovuto rispondere a una domanda elementare ma terrìbile: adesso che il tipo di industria di cui abbiamo vissuto non c'è più o si è drasticamente ridimensionato, che ne sarà di noi? Gli analisti usano dire che se si guarda, oggi, all'insieme di queste città è possibile classificarle in due gruppi: quelle che ce l'hanno fatta a salvarsi, o ce la stanno facendo, e quelle che non ce l'hanno fatta. Le prime sono molto note perché i media le hanno trasformate in vere e proprie city star; Barcellona, Valencia, Bilbao, Lione, Manchester. Delle seconde non parla mai nessuno ma i loro abitanti sanno bene cosa significa vivere in una città perdente. Stando cosi le cose sembrerebbe logico che i torinesi ambissero a far parte del primo gruppo e non del secondo. Ma vivere concretamente, quotidianamente un momento come quello che sta attraversando Torino è cosa diversa dal teorizzarlo.

Durante la campagna elettorale del 1997 si era arrivati addirittura ad ammettere che la successiva amministrazione avrebbe avuto come suo compito principale la gestione più indolore possibile dell'inevitabile declino. Poi, l'anno successivo, si trovò la forza per ribellarsi a quell'ineluttabilità e si decise di far partire il processo di costruzione collettiva di un piano strategico di durata decennale, ricalcando le orme delle città vincenti. Fu figlia di quel periodo l'idea di candidare Torino a sede delle Olimpiadi invernali del 2006. Il piano strategico che venne approvato il 29 febbraio del 2000 da una prima pattuglia di 50 grandi decisori tratteggiava un futuro economico-sociale non più concentrato su un solo modo di produrre ricchezza ma su un certo numero di linee strategiche scelte tra quelle che avevano maggiori radici nella nostra storia. Dopo aver indicato la necessità imprescindibile di una maggiore internazionalizzazione, il piano preconizzava una città capace di essere punto di riferimento per l'alta formazione, per la new-industry, per la cultura, per la qualità dell'ambiente urbano. Partecipai attivamente all'elaborazione del piano e diressi, nella sua prima fase, l'associazione Torino Internazionale che aveva (e tuttora ha) lo scopo di monitorare e implementare l'attuazione del piano strategico. Ora da assessore alla cultura, nella giunta Chiamparino, seguo concretamente le lìnee di sviluppo indicate come prioritarie dal piano strategico di Torino. Per quanto riguarda la cultura quelle linee riguardano la valorizzazione del patrimonio museale della città, da quello civico - il Museo di arte antica di Palazzo Madama, la Galleria d'arte moderna, il Museo di arti orientali, il Borgo medioevale - a quello statale, in primis il Museo Egizio, e quello gestito da fondazioni (come il Museo del cinema e il Museo dell'Automobile). Fra le altre priorità vi è lo sviluppo dei teatri pubblici per la lirica (Teatro Regio) e la prosa (Teatro Stabile di Torino), la costruzione della nuova grande biblioteca multimediale (il progetto è dell'architetto Mario Bellini), il consolidamento dei festival già affermati (il Torino Film Festival, il Torino Settembre Musica) e la creazione di nuovi appuntamenti (TorinoDanza, Torino Spiritualità, Traffic per la musica extra-colta), l'organizzazione di mostre di grande richiamo. I risultati non si sono fatti attendere. Un recente sondaggio circa il giudizio dei torinesi sul sindaco Chiamparino individua nella cultura il settore maggiormente gradito e in Italia e all'estero si è diffusa la convinzione che la nostra città sia stata capace di reagire alla crisi e abbia trovato nella cultura uno strumento efficace per rendere palese questa sua reazione.

Tutto bene allora? Chi leggesse i giornali locali in questi giorni non potrebbe certo pensarla così. Infatti infuria la polemica sulle spese per la cultura ed è già partito il toto-assessore in vista delle imminenti elezioni. Il perché potrebbe apparire paradossale e invece fa parte di quel "caso di studio" dì cui dicevo all'inizio. Puntare su nuovi modi di produrre ricchezza, in un momento in cui quello tradizionale è in crisi, non è questione banale. Le nuove vie di sviluppo sono da costruire, non basta indicarle in un piano strategico. Per anni bisogna investire su di esse, bisogna crederci, bisogna avere il coraggio di scommetterci. Il successo non è garantito. Tutto ciò di cui si dispone è l'esempio delle città che ce l'hanno fatta e tutte queste, guarda caso, hanno sventolato la bandiera della cultura. Lo hanno fatto perché oggi la cultura, oltre a essere un "prodotto" richiesto, e capace di produrre nei cittadini sentimenti di felicità e di orgoglio e di lanciare rapidamente messaggi positivi all'esterno. Malgrado ciò è inevitabile che una città che per più di un secolo ha ruotato intorno all'industria manifatturiera si chieda se l'"industria culturale" potrà mai entrare nel suo Dna, se gli investimenti per la cultura non sarebbe meglio indirizzarli al settore industriale, se in un momento dì difficoltà finanziarie la cultura sia davvero una priorità. Cosa c'è di più ovvio, ad esempio, del dire "se devo tagliare un servizio sociale o un'iniziativa culturale taglio la seconda"? E cosi, ciò che nel piano strategico è indicato come essenziale per la costruzione di un futuro diverso, diventa un lusso che si prenderà in considerazione solo quando torneranno i tempi delle vacche grasse. Inutile ricordare che analogo ragionamento vale anche per le altre nuove linee strategiche indicate dal piano, le quali per diventare produttive richiedono ugualmente di essere costruite quasi dal nulla.

Sono convinto che le città che non ce l'hanno fatta hanno ragionato proprio così: ci occuperemo del nuovo quando avremo messo a posto il vecchio che è andato in crisi. In questo modo il vecchio ha trascinato nel buco nero della sua crisi l'intera comunità e il nuovo non è mai arrivato.

Fiorenzo Alfieri, Assessore alle risorse e allo sviluppo della cultura del Comune di Torino

 
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