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VOCE DEL GIORNO

Lungo Po Antonelli

s.m.

Poi quando scendi e ti vedi tutta quella natura, ti chiedi comunque se sei veramente in città. Il fiume, non il placido Don, ma l’irrequieto Po, che sale per incontrare la sua vecchia amica Dora, ha un colore d’autunno, anche quando è piena estate. Ma sei in mezzo a cani e padroni, tombe e ciclisti, erba e corridori, alberi e vento, passerelle e vecchi e tu cammini attratto da una corrente alternata e rovescia, che ti porta verso un centro così vicino, ma così distante. Vedi di fronte, guardi, ma non distingui, ma che importa? Repubblica perfetta di rappresentanza equa e solidale, dalle prime ore del mattino fino alle ultime della sera, non sei mai solo. Una via abitata da uomini e donne da una parte e pesci dall’altra, pareggio perfetto di una natura sempre più imperfetta, di certo non per sua colpa. Nell’arteria centrale, edilizia anni 50, 60, 70, ma anche “intrusioni” settecentesche, ottocentesche, per poi aprirsi in quelle vene, piccole e grandi, diritte, come tagliate da un preciso coltello. E poi sai, se hai la fortuna del principiante e la stagione del saggio, puoi anche vedere uomini con strani arnesi, immersi nell’acqua fin sotto le spalle, lottare contro gli abitanti anfibi, amanti dell’umido, che se non sei abituato, sei già pronto con la tua tecnologia vocale in mano, per chiamare, ma sei indeciso se formare il numero del pronto soccorso, per quel pazzo, che, poco poeticamente, imita un piccolo povero Ernest Hemingway o quello della polizia, per far soccorrere un mentecatto, che ha deciso di togliersi i dubbi, sulla validità di una vita spesa male. Se decidi di volger lo sguardo verso il ponte Regina, allora puoi dire che alla tua destra, in un percorso poco più lungo di un chilometro, non è presente nessun negozio, nessuno, un solo bar, ma quasi nascosto, una piazza circolare, con un parco nel mezzo, tanto per non smentire l’ideologia del verde che accompagna il tuo cammino, una scuola, che a dirla tutta stona con il resto dei compagni edifici, sarà perché assomiglia ad un vecchio operario, in mezzo ad una serie di colletti bianchi?
Se sei uno che segue la corrente e te ne vai verso il ponte Sassi, potrai vedere che c’è ancora chi si ostina a vivere sull’acqua, ma qualcuno ha detto loro che ci vuole il duro cemento per non essere portati via da quella realtà che noi tutti chiamiamo casa? Canadese con veranda vendesi a modico prezzo…Ah allora hai capito anche tu no?
Se smetti di blaterare su tutta questa falsa filosofia e ti concentri sul terreno, invece, ti accorgi che gli argini segnalano il passaggio quasi costante, anno per anno, dell’acqua a quote elevate e paurose, ma quelli a rimetterci sembrano solo gli alberi, piegati e piagati dalle piene, che han risparmiato quasi sempre agli abitanti un bagno indesiderato.
Si, perché, quando al piccolo grande Po gli girano, è capace di far scappare tutti dal suo letto, anche se fino ad un momento prima di bagnarti i piedi, ti incanta con la sua danza obesa e allora tutti, dai bimbi di quattro anni ai vecchi di cent’anni, magari passati in solitudine, son tutti lì a blandire il vecchio fiume ed a dire “dai che non esce, secondo me, non esce”; poi, in un attimo, è un fuggi fuggi generale, verso i lidi alti, la collina.
di Massimo Leitempergher